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Innovazione PA: la consulenza è la chiave di volta

Fare innovazione nella PA oggi significa prima di ogni altra cosa introdurre la cultura dell'efficienza e del digitale in tutti gli strati dell'organizzazione, e solo attraverso la consulenza esterna si può innescare il cambio di paradigma necessario a fare il grande salto. Occorre infatti imparare a osservare i processi e i task da una prospettiva inedita, focalizzando l'attenzione su tre elementi fondamentali: i risultati che si intendono raggiungere in termini di efficienza, l'esperienza d'uso dei lavoratori e la soddisfazione di chi usufruisce del servizio (tipicamente i cittadini).

 

La PA è più simile all'azienda privata di quanto si creda

In quest'ottica, la fisionomia di un ente pubblico non è tanto diversa da quella di una qualsiasi azienda privata. Quello che manca, il più delle volte, è la visione complessiva, la progettualità, che tipicamente in ambito di business permette di allineare tutti gli sforzi per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. La presenza di un Innovation manager anche all'interno delle Pubbliche amministrazioni di certo semplifica la condivisione delle informazioni necessarie a sintonizzare le esigenze di tutti i dipartimenti, ad allocare il budget adeguato e a identificare le soluzioni più adatte nel vasto panorama dell'offerta tecnologica. Ma riuscire a elevarsi oltre la percezione dettata dall'abitudine, che si sedimenta attraverso il senso comune che permea qualsiasi organizzazione, non è affatto semplice. E ancora meno semplice è riuscire a fare emergere quelle competenze e quelle capacità insite nelle risorse umane, ma per l'appunto inibite dalla routine.

 

Il valore della consulenza nel processo di innovazione della PA

Scegliere di farsi affiancare da un consulente esterno permette di superare le barriere culturali che nella maggior parte dei casi impediscono ai decisori – ma anche agli elementi del team più aperti alle novità e soprattutto agli end user – di cogliere i vantaggi insiti nel nuovo modo di gestire processi e attività. La tecnologia digitale, infatti, di per sé, non è sufficiente per portare innovazione. Le soluzioni per la dematerializzazione, il Cloud, le piattaforme di collaboration rimangono strumenti inerti se non vengono implementati correttamente e soprattutto se non vengono adottati e utilizzati quotidianamente dalla popolazione aziendale, che deve poter scegliere e personalizzare ciascun tool. Fondamentali dunque i concetti di co-design e change management: solo attraverso il coinvolgimento totale degli utenti, a tutti i livelli, diventa possibile trovare la quadra tra standard di mercato ed esigenze specifiche. Come? Individuando durante il processo di assessment propedeutico alla digital transformation non solo il minimo comune denominatore tra i task da supportare con i nuovi strumenti, ma anche le peculiarità e le criticità legate a ciascuna funzione, in modo da valorizzare le skill già presenti nell'organizzazione.

 

Come il decreto “Cura Italia” aiuta la PA ad accelerare il processo di innovazione

Oggi per le Pubbliche amministrazioni che intendono digitalizzare rapidamente processi e strumenti è più facile accedere alla consulenza. Come anche le imprese private, la PA deve affrontare l'emergenza coronavirus sfruttando il più possibile metodi di lavoro agile, e per questo il Governo ha deciso di agevolare gli acquisti di servizi informatici, e in particolare quelli in cloud, “sburocratizzando” le procedure di procurement. I dettagli sono contenuti nelle disposizioni del Decreto Legge numero 18 del 17 marzo 2020, il cosiddetto “Cura Italia”, e più nello specifico nell'articolo 75, dove si prevedono alcune deroghe rispetto al Codice degli appalti.

Il Decreto prevede che per tutto il 2020, le amministrazioni possano acquistare beni e servizi informatici – tra cui quindi anche forniture di consulenza – coerenti con il Piano triennale per l’informatica nella PA mediante una procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara. La procedura negoziata, precisa il decreto, dovrà avvenire selezionando il partner tra almeno quattro operatori economici, di cui almeno una “start-up innovativa” o un “piccola e media impresa innovativa”. Le amministrazioni possono stipulare il contratto previa verifica antimafia e tramite l'acquisizione di una autocertificazione dei candidati che attesti il possesso dei requisiti generali, finanziari e tecnici, la regolarità del Durc (Documento Unico di Regolarità Contributiva) e l’assenza di motivi di esclusione rilevabili nel Casellario Informatico di Anac.

Specialmente il richiamo all'obbligatorietà di includere una Start-up o una Pmi innovativa nel novero delle imprese aggiudicatrici testimonia la consapevolezza che il Governo ha maturato sull'influenza positiva che questo tipo di organizzazioni possono esercitare nei confronti della Pubblica amministrazione. Il momento storico, si sa, non è dei migliori. Ma se la situazione può essere di stimolo per aiutare la PA a compiere il grande salto appoggiandosi a una consulenza qualificata e realmente disruptive, si può dire che anche nella grande difficoltà generale non mancano elementi utili a ripartire con maggior slancio a emergenza rientrata.

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